Le mie figlie sono le mie muse

Parole di Barbara Baldin

Foto di Valeria Lepore

FASHION
3 Settembre 2018

Le mie figlie sono le mie muse

Cinzia Cinotti ci racconta come hanno preso vita i brand Piccola Ludo e Lavi

Centro storico di Sulmona, anni ’60: Angelo, il nonno paterno, avvia il negozio di abbigliamento donna, uomo e bambina dove qualche anno dopo si ritrovano a lavorare anche mamma Nina e papà Umberto. E dove la piccola Cinzia trascorre le giornate: “Lì ho respirato sempre un’atmosfera particolare” ci racconta. “I tessuti li conosco perché li ho vissuti, non perché li abbia studiati. Io e mio fratello Angelo, che ha 3 anni più di me e che ancora porta avanti l’attività, siamo cresciuti in quella bottega”.

Oggi Cinzia Cinotti ha 48 anni e vive nella cittadina abruzzese dove è nata e cresciuta.

Sono rimasta legata alla mia terra – annuisce e sorride – perché il territorio è tutto, fa parte di quello che abbiamo del nostro trascorso. Se ti sposti puoi trovare vantaggi e avere maggiori comodità, ma alla fine perdi quello che è il tuo passato… e a me non piace!”

Romantica e consuetudinaria, la stilista si definisce l’anti-avventura per eccellenza: “Sono abitudinaria, mi piace anche girare, ma se devo andare in vacanza per 10 giorni scelgo di tornare dove sono stata bene: il mio posto preferito è Polignano a Mare. Anche Roma è una città alla quale sono molto affezionataAmante delle comodità nella gestione quotidiana, è straordinariamente determinata e pronta ad affrontare tutte le difficoltà sul lavoro, che poi è la sua passione.

Rewind: centro storico di Sulmona… dicevamo.

Eravamo una famiglia normalissima di quattro persone e la mia infanzia è stata tranquilla, stupenda, vissuta bene. Avevo molte amiche, che sono rimaste ancora oggi, ed è stato tutto molto bello.

E’ cresciuta fra gli abiti.

Sì e amo quelli da cerimonia.

Il primo capo firmato che ha acquistato?

Quanti ne ho comprati… e quanti ne compro: nel  mio armadio c’è di tutto, dall’Australia all’America… Per primo comprai un Gianni Versace a Roma: l’abito in maglia di metallo con il pizzo sopra che indossò Naomi Campell, color glicine, un vero colpo di testa! Poi vari Gucci firmati Tom Ford e tanti altri ancora.

Quindi ha sempre avuto la passione per l’abbigliamento…

Esatto: da bambina facevo disegni di “miei” modelli e li regalavo alle mie amiche. Da ragazzina, a 10 anni suppergiù, già amavo la moda e iniziai a realizzare dei vestitini per le Barbie usando vecchie magliette, tessuti riciclati o degli avanzi di pezze della nonna: la mia collezione contemplava il look integrale, dai vestiti ai cappotti.

E’ stata la nonna a insegnarle come fare?

No no, ho imparato da autodidatta.

Quindi il suo percorso si è mosso in quella direzione?

Direi di no. La moda è sempre stata la mia passione ma, dopo aver preso la maturità classica, mi sono laureata in scienze politiche, una facoltà che mi piaceva perché prevedeva materie molto varie, prospettando possibilità lavorative a largo spettro. Allora volevo diventare una giornalista televisiva.

Che cosa è successo?

E’ successo che a 23 anni mi sono sposata ed è nata Ludovica.

Quindi ha cambiato i suoi programmi?

Sì, ho deciso che i miei piani dovevano essere adeguati alla mia vita e quindi mi sono dedicata a mia figlia.

Come è iniziata la sua avventura nel mondo della moda?

Ludo era piccina e in me riaffiorò la passione giovanile: diciamo che trovai l’occasione buona per sbizzarrirmi con ago e filo! Cercavo per la mia bambina una moda mare romantica, che mi rispecchiasse, così provai a realizzare dei costumini e dei copricostume in stile caprese.

Li cucì lei?

No, io non cucio. O meglio, lo so fare e mi dà grande soddisfazione ma non so stare ferma e per cucire ci vuole troppa pazienza, soprattutto per stare alla macchina. Li ho disegnati e ho trovato delle sarte che li realizzarono per me. Visto che il risultato non mi sembrava niente male decisi di proporli ad alcuni amici che hanno negozi importanti a Porto Cervo, Pescara e Roma: ebbero successo!

Non si fece scappare l’occasione…

Nacque “Piccola Ludo” (il fashion brand di alta gamma per bambine di età compresa tra 0 e 14 anni, ndr): il nome era abbastanza scontato ma significativo. Però per qualche anno non ebbi il tempo di dedicarmi come volevo alla collezione, era troppo impegnativo.

Chi la aiutò?

A livello economico la mia famiglia, mio marito ha creduto nel progetto e io ci ho messo tutta me stessa. Mio padre, che ora non c’è più, mi ha aiutato tantissimo, anche se diceva che dovevo fare la mamma, che non mi mancava nulla, che potevo starmene serena e non dovevo infilarmi in un’avventura del genere.

Davvero?

Sì. Mi diceva: puoi vivere bene, andare al mare, in montagna, avere tempo libero… perché sacrificare la tua vita per un progetto così ambizioso? Perché lo voglio fare, era la mia risposta. Poi quando si è reso conto di quello che stava nascendo ne è stato felice e vi ha sempre partecipato attivamente, anche lui al Pitti a correre a destra e sinistra. Pure mia madre è in prima linea, sulle macchine da cucire. Ha 75 anni ed è un mostro: segue da sola tutta la produzione. E’ stata fondamentale anche a livello pratico perché era quella che mi faceva capire cosa fosse fattibile e cosa no o come tradurre in modelli le mie idee.

Quando si è resa conto del valore del suo lavoro?

Il cambio di passo e il momento dello sviluppo arrivarono al primo Pitti Bimbo, circa 17 anni fa. I capi proposti, tutti rigorosamente Made in Italy e fatti a mano, colpirono subito i buyer delle più prestigiose boutique italiane e non solo.

Da allora quanta strada avete fatto?

Direi abbastanza… Ora abbiamo un monomarca a Foggia e uno a Riyad in Arabia Saudita, inaugurato da poco grazie a investitori arabi che hanno programmato l’apertura di altri 5 negozi nei prossimi anni. In Italia siamo presenti in 250 punti vendita, poi a Londra, Dubai, Parigi, Mosca, Dallas, in Giappone, in Cina… E anche su Farfetch (la piattaforma per gli amanti della moda che propone la più grande selezione di lusso al mondo, ndr).

E dalla moda bambino siete approdati a quella donna, giusto?

Sì. La collezione Lavi è la nostra ultima creatura: rispecchia molto il mio gusto romantico e femminile con un pizzico di ricercatezza, il nostro tocco di stile con un occhio sempre attento alla moda del momento.

Quali sono i segni distintivi?

Sia la linea bambina che quella donna sono romantiche ma comode e pratiche, frizzanti, raffinate e allo stesso tempo sobrie. Adoro il bianco puro e il vichy: bianco e blu, bianco e rosa, bianco e rosso. In tutte le mie collezioni, estive o invernali che siano, c’è sempre, a righe e a quadri.

C’è qualcuno che l’ha ispirata più di altri?

Si fa ricerca e ci si guarda attorno, ma non mi ispiro a nessuno in particolare. Adoro Valentino, ma come tutti del resto. Direi invece che Ludo e Lavi sono sempre state le mie muse.

Condivide con loro la sua grande passione per la moda, vero?

Sì sì. Mio marito – Luca Fares, 48 anni, consulente finanziario – è disperato: non ha una, ma tre donne che impazziscono per la moda.

Incalzano già in azienda?

Direi che per ora devono studiare, ci teniamo molto. Lavinia ha 15 anni e, come me e sua sorella prima di lei, frequenta il liceo classico. Ludovica ne ha 24 e si sta laureando in Scienze politiche e poi si iscriverà a un corso alla Marangoni di Milano. Le piacerebbe scrivere per fashion magazine come Elle e quando avrà ultimato il suo iter, che contempla anche specializzazioni e master, se vorrà seguire il mio percorso entrerà in azienda.

Come hanno vissuto questa realtà attraverso gli anni?

Sono sempre state presenti, Lavinia anche prima di sua sorella. Vengono al Pitti da quando sono piccole: invece di andare alla nursery, obbligatoria per i bimbi che non possono stare negli stand, si nascondevano e poi se ne stavano ferme e immobili, buone buone, a scrivere gli ordini. Contribuivano per quanto potevano, hanno sempre preso la cosa molto sul serio e non hanno mai disturbato, anzi!

L’abitudine è rimasta?

Il nostro stand è nella sezione Apartment, un’area molto chich di Pitti Bimbo. Tutt’oggi lo allestiscono e lo gestiscono con me, seguono i clienti e scrivono gli ordini. Facciamo di tutto insieme, siamo una famiglia molto unita.

Contano molto per lei…

Le mie figlie sono ragazze fantastiche, per bene, in gamba e non lo dico solo perché sono la loro mamma: quando devo sgridarle, lo faccio senza problemi.

Si ritiene fortunata?

Molto. Il nostro rapporto è bellissimo, fondamentale direi. A livello umano mi aiutano moltissimo perché con loro accanto mi sento protetta. Mi danno sicurezza: il fatto di trascorre del tempo con loro, di condividere la nostra passione comune, di poter immaginare un futuro con loro per me è importante perché sento che non sto facendo tutto solo per me stessa, ma che questa realtà è qualcosa che darà i suoi frutti anche strada facendo.

Qual è il valore aggiunto di tutto questo?

Il valore aggiunto di tutto è la famiglia, l’unione che fa la differenza e che dà continuità a tutto. Questa loro voglia di stare con me e di guardare questa realtà in parte come un gioco ha un valore inestimabile. Lavinia viene e mi chiede di farle una gonna “…con questo top, in questo modo, con questo tessuto perché mi piace così…”. La stagione successiva io ne prendo ispirazione per realizzare nuovi modelli per Piccola Ludo.

Come sono le sue figlie a livello caratteriale?

Ludovica è molto classica, ama i vestiti a quadrettini rosa ed è molto romantica, un po’ come me. Lavi è più ribelle, ma sarà anche per via dell’età.

La vostra missione, come si legge sul sito web, è dare vita a un sogno.

E’ un clima da sogno. Il fatto di avere queste bimbe, questi tessuti, questi capi così impalpabili crea un’atmosfera che è un tutt’uno con l’abito: indossandolo è come se prendesse vita. La mia azienda è il mio sogno, magnifico e tanto faticoso, anche se la gente, guardando le immagini dei social o toccando gli abiti che creo non capisce cosa ci stia dietro.

E’ impegnativo.

Le aziende familiari vanno gestite bene e con molta attenzione perché si è sempre in prima linea e se succede qualcosa bisogna sempre essere pronti a rispondere, bisogna reagire subito. Ci vuole impegno assoluto, da mattino a sera, e poi anche a casa.

Aveva ragione suo padre…

Sicuramente, ma ne vale la pena, per me è una grande soddisfazione.

Impegno, fatica, attenzione, passione, condivisione, crescita, gratificazione: magari non è sempre divertente, ma in fondo Cinzia riempie la sua vita con chi e quello che ama fare. E voi?

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